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Shakespeare e i fantasmi

Come Shakespeare utilizza i fantasmi nelle sue opere teatrali 

Tra i drammaturghi più celebri, Shakespeare è senza dubbio il più “fissato” con i fantasmi. Il Bardo, infatti, ha dato vita a numerosissime storie in cui gli spettri appaiono sulla scena, tanto che molti studiosi si sono chiesti se veramente ci credesse.

A proposito di quest’ultimo punto, il paradosso è che Shakespeare è vissuto in un Paese in cui la maggior parte delle persone era protestante. E i protestanti, è un fatto risaputo, non credono affatto alla presenza di queste entità. 

Senza dubbio il folclore e le credenze popolari dell’epoca erano pieni di storie di questo genere ed il nostro celebre William le conosceva troppo bene per non regalare ai suoi spettatori qualche brivido con l’apparizione di queste figure. 

Partiamo dal Riccardo III

Si tratta della prima opera di Shakespeare in cui appaiono i fantasmi. Riccardo, il protagonista, prima della celebre battaglia di Bosworth, riceve nella sua tenda la visita degli spiriti di tutte le sue vittime. Ognuno di loro ricorda il proprio destino per mano di Riccardo. 

Quest’ultimo, durante la scena, dorme beatamente: qualsiasi pubblico teatrale capisce qui che quei fantasmi sono nella mente del protagonista, del quale rappresentano i sogni tormentati. Alla fine lui stesso si sveglia e pronuncerà le seguenti parole: Non ho fatto altro che sognare!“.

Il “Giulio Cesare”, due anni prima dell’Amleto 

Partiamo da un dato certo: gli elisabettiani sapevano bene che, nel mondo classico, le anime potevano tornare dall’Ade. Nel Giulio Cesare, scritto probabilmente due anni prima dell’opera più famosa di Shakespeare, l’Amleto, non a caso un fantasma appare a uno dei protagonisti alla vigilia della battaglia. 

Bruto, la notte precedente alla battaglia di Filippi, è insonne: mentre tutti dormono, si imbatte in una mostruosa e spaventosa apparizione. Si tratta del fantasma di Giulio Cesare assassinato. Bruto addirittura interroga il fantasma per chiedergli se è un dio, un qualche angelo o addirittura un diavolo. 

Il fantasma, alla fine, risponde che è il suo stesso spirito maligno e che lo rivedrà appunto a Filippi, sede della famosa battaglia. L’atteggiamento del protagonista rivela anche un certo fatalismo romano: nell’opera di Shakespeare, così come in quella originale di Plutarco, Bruto reagisce all’apparizione in tutta compostezza. 

Il Macbeth

In quest’opera Shakespeare assegna al fantasma addirittura uno status ben preciso: si tratta infatti di un’entità visibile ad una sola persona. Banquo, questo il suo nome, appare infatti a Macbeth ma non è visibile a nessuno degli altri ospiti della sua festa. 

Lo stesso protagonista si mostra perplesso di fronte a questa apparizione, tanto da esprimerlo persino alla moglie non vedente. Ma è condannato ad essere l’unico in grado di vedere l’ex amico, di cui appunto aveva organizzato la morte. 

Banquo è tornato dal regno dei morti solo per terrorizzarlo e non ha modo di farlo con gli altri: il suo obiettivo è far sentire a Macbeth tutto il peso della sua follia omicida, che non si è fermata nemmeno di fronte alla riluttanza della povera moglie. 

Piccola conclusione sui fantasmi shakespeariani

Un dato certo è che non sapremo mai se Shakespeare credesse o meno nei fantasmi, ma di sicuro quello delle apparizioni presunte di queste entità era un dibattito molto acceso tra i suoi contemporanei. 

Questo dibattito, tra l’altro, fu ben drammatizzato nell’Amleto, dove il protagonista si chiede addirittura ad alta voce se per caso quello che sembra essere il fantasma di suo padre non sia un trucco demoniaco. 

Lo spirito che ho visto
può essere un diavolo, e il diavolo ha il potere
Per assumere una forma piacevole. (2.3.598-600)

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